Idee, elaborazioni e comunicazioni
dell’area programmatica congressuale della CGIL
Lavoro Società - cambiare rotta si costituisce nel XIV Congresso della Cgil sulla base di un documento che criticando le politiche rivendicative tenute alla Cgil fin dai primi anni ’90 ne chiede una profondo cambiamento . Il documento che verrà sottoposto alla discussione e al voto degli iscritti esprime una visione critica della globalizzazione liberista che rendendo i ricchi più ricchi e i poveri più poveri, destabilizza le conquiste sociali, contrattuali e legali dei lavoratori.Critica la politica concertativa seguita, in Italia, all’accordo del luglio ’93 che ha ridistribuito il reddito a favore dei ceti più abbienti e propone una resistenza alle flessibilità del lavoro che aumentano l’area del lavoro povero e non tutelato, uno stato sociale capace di rispondere ai bisogni degli strati sociali più deboli e precari del mondo del lavoro e una politica di interventi pubblici in economia.
Riflessione sul documento delle Segreterie CGIL, CISL, UIL del 17 gennaio 2012
Nicola Nicolosi, Segretario nazionale CGIL
L'adozione di politiche amiche per la crescita e l'occupazione dovrebbero diventare una priorità per tutti i Paesi europei, in particolare per l'Italia che nel corso degli ultimi anni ha perso 11 punti di PIL rispetto alla crescita dell'area euro (1996-2010). L'Italia dovrebbe allargare la propria base produttiva nei settori emergenti ad alto contenuto di conoscenza, anche per recuperare una fetta di popolazione inattiva (ben formata). Il problema occupazionale dell'Italia è, soprattutto, giovanile. Senza un allargamento della base produttiva, difficilmente il tasso di occupazione italiano (56%) può raggiungere quello medio europeo (64%). Inoltre, l'allargamento della base occupazionale permetterebbe di ridurre la polarizzazione del reddito e, per questa via, agganciare la media europea nella ripartizione dello stesso tra reddito da lavoro e gli altri redditi.
Infatti, il reddito da lavoro in Europa è pari a quasi il 48% del PIL, e al 50% dei grandi paesi europei, contro il 41% di quello italiano. Indiscutibilmente le politiche fiscali amiche del lavoro possono concorrere a migliorare la redistribuzione del carico fiscale e, per questa via, spostare quote di PIL, ma senza una adeguata politica industriale capace di promuovere e sostenere nuovi settori ad alto valore aggiunto e cognitivo, non è possibile trovare una soluzione all'iper formazione delle nuove generazioni rispetto alla domanda delle imprese. L'aumento del tasso di occupazione e la crescita del reddito da lavoro dipendente, obbligatoriamente, passa dalla formazione di una nuova base produttiva che, purtroppo, il sistema privato non è in grado di affrontare. Non bisogna mai dimenticare che solo in Italia la spesa in ricerca e sviluppo privata è più bassa di quella pubblica. In tutti i paesi di area Ocse è esattamente il contrario. Detta in altre parole, il sistema produttivo nazionale non è amico del lavoro cognitivo. Indiscutibilmente alcune iniziative di apertura del mercato, quando ci sono le condizioni per realizzarle, possono concorrere alla trasformazione della struttura, me se la struttura rimane ancorata nei settori maturi, i servizi aperti al mercato non fanno altro che alimentare la despecializzazione. Non sono i servizi a trasformare il tessuto produttivo, piuttosto i servizi si adattano alla struttura produttiva. Inoltre, alcune liberalizzazioni rischiano di indebolire "lo spirito" imprenditoriale, molti privati potrebbero essere tentati di dirottare le proprie attenzioni in attività protette dal mercato. Alcune recenti esperienze dovrebbero almeno consigliare delle cautele nella liberalizzazione dei servizi pubblici. Questi servizi operano per lo più in regime di "fallimento del mercato", ed è solo attraverso l'esercizio pubblico che può essere garantito l'esercizio efficiente e democratico delle infrastrutture. La stessa Europa, a proposito delle public utility, ha declassato il mercato da "principio" a "regola", tra l'altro sottoponendolo alla esigibilità del servizio stesso. L'Europa non obbliga nessuno a liberalizzare i settori a rete e con alti costi fissi.
Discutibile, con la mia contrarietà, è la promozione dell'azionariato diffuso dei servizi a rete. Tutte le "reti" italiane necessitano di ingenti finanziamenti (acqua, trasporto su gomma e ferro, gas ed energia, ecc.), ma la ricerca delle necessarie risorse per consolidare "l'infrastruttura" Paese non può passare dall'azionariato diffuso, che nei fatti farebbe ritornare il sistema delle partecipazioni indietro di anni. Per quanto riguarda il sistema idrico, sono per rispettare il risultato referendario del giugno scorso, e ripubblicizzare l'acqua. È necessario un rafforzamento e consolidamento delle proprietà pubbliche direttamente legate ai fallimenti del mercato per rafforzare il loro ruolo di player e agente economico, quindi di motore dello sviluppo quali-quantitativo della crescita, ma questo può avvenire attraverso un soggetto pubblico che già opera per via indiretta nell'insieme di queste proprietà, cioè la Cassa Depositi e Prestiti. Lasciamo l'azionariato popolare al feticismo della moda.
Ma la trasformazione della struttura produttiva, la necessità di far ripartire il paese, di creare lavoro (buono), necessità di un disegno organico del sistema del welfare state. Partendo proprio dalla previdenza pubblica e dagli ammortizzatori sociali. Si è fatto un gran parlare dell'età anagrafica per maturare il diritto all'assegno previdenziale, ma nessuno si è mai chiesto chi decide quando un lavoratore non è più idoneo. Alla fine sono le imprese che decidono quando un lavoratore non è più necessario. Quanti lavoratori over 50 potenzialmente occupabili non trovano lavoro? È un problema di offerta o di domanda di lavoro? È un problema di costo del lavoro? Le imprese italiane, per quanto assenti dal target della produzione europea, preferiscono sempre assumere un lavoratore giovane e ben formato rispetto a un lavoratore anziano e senza le necessarie competenze per "trattare" le nuove conoscenze implicite nella nuova organizzazione del lavoro. Sulla previdenza c'è una concezione emendativa tutta legata alla gradualità, occorre invece contrastare la filosofia neoliberista che governa la riforma Monti sulle pensioni. Il lavoro manuale, quello operaio e le donne vengono fortemente penalizzate con l'allungamento della vita lavorativa e non ci trova d'accordo. Per questo è indispensabile un sistema flessibile di pensionabilità, con degli ammortizzatori sociali adeguati per far fronte alle crisi temporanee e di struttura. In altre parole, non esistono riforme dello stato sociale a costo zero. Tra l'altro, l'aumento della spesa pubblica, e se vogliamo anche l'esercizio dei costi standard, sono un potente strumento di sviluppo economico perché riduce l'incertezza individuale, quindi alimenta la capacità-possibilità di rischio. Questa è l'esperienza storica della spesa pubblica fatta per sostenere lo stato sociale. Se poi consideriamo che in Italia lo stato sociale è per lo più uno stato sociale lavoristico, finanziato via contribuzione, occorre una contribuzione omogenea sia dal lato del lavoro dipendente e sia dal lato del sistema delle imprese diversamente declinato. Inoltre, in questo modo si eviterebbe il ricorso al dumping contrattuale, lasciando la scelta dell'assunzione a logiche di puro merito, e non a logiche di dumping fiscale e contrattuale.
Non solo, ma tutte le eventuali agevolazioni fiscali per il lavoro, così come le modalità di assunzione flessibili, devono essere coerenti con la politica economica e di crescita del paese. Diversamente si opererebbe a margine del mercato del lavoro, cioè si consoliderebbe l'avversione nell'investire nel "capitale umano". Per questo serve una riduzione drastica del numero delle tipologie di contratto di assunzione, anche per stabilizzare e rafforzare l'investimento in formazione e ricerca delle imprese.
Servirebbe una politica di programmazione, anche dello stato sociale. C'è il tempo dell'apprendimento (che dovrebbe arrivare almeno a 18 anni); c'è il tempo dell'inserimento lavorativo che non può in nessun modo essere confuso con la fase dell'apprendimento; c'è il tempo per il lavoro indeterminato, salvo i casi di lavoro stagionale e particolare; c'è il tempo della formazione per aggiornare gli skills dei lavoratori quando sopraggiungono degli investimenti per adeguare il sistema produttivo; c'è il tempo della tutela nei casi di crisi temporanea; c'è il tempo della tutela reddituale in caso di assenza di lavoro, magari accompagnata da servizi pubblici per il re-inserimento lavorativo; c'è il tempo del non lavoro.
Per quanto riguarda il lavoro pubblico, aggredito dalle manovre economiche di questi anni in Italia e in Europa, siamo per dire basta allo stillicidio di interventi contro il lavoro pubblico. La nostra rivendicazione di rinnovare i contratti nazionali per oltre 3,5 milioni di lavoratori non può essere confusa con la subordinata del recupero delle economie di gestione e spostare il conflitto sindacale dal centro alla periferia. Il Governo nazionale ha deciso il blocco dei contratti nazionali e ha determinato il taglio delle risorse economiche agli Enti Locali e Regioni, ci servono chiarezze. Va comunque salutato con positività l'evento di un documento unitario dopo anni di divisione pur nella criticità di spunti che ho cercato di puntualizzare.
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| 17-05-2012 09:30 - Coordinamento Lavoro Società CGIL Emilia Romagna |
| 19-05-2012 09:30 - 14:00 Assemblea Pubblica |
| 22-05-2012 14:00 - Coordinamento Lavoro Società Fiom-Cgil |